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Caleidoscopio

titolo
Caleidoscopio
sottotitolo
Semestrale di design, tecnica e produzione del mobile edito e distribuito in omaggio dal Gruppo Industriale Busnelli poi Semestrale di design, immagine, comunicazione, tecnica e produzione del mobile, edito e distribuito in omaggio dal Gruppo Industriale Busnelli
azienda
Busnelli
durata
1965 (a. I, n. 1) –
periodicità
Semestrale
distribuzione
In omaggio
direttore
Sergio Albergoni, Fernanda Gaslini, Franco Busnelli (Direzione editoriale)
art director
Gianni Sassi (Al. Sa), Marco Sbernadori (Adm – marketing), Hironobu Imai (McCann Erickson), P&T Pubblicità, G&R Associati, Gigliola Marzorati (P&T Pubblicità e Marketing), Aurelia Raffo
contributi
Giulia Andemark, Adriano Antolini, Herta Beloit, Thereza Bento, Rara Bloom, Patrizia Brambilla, Angela Bocciarelli, Sergio Carpinelli, Patrizia Colleoni, Gianni Fodella, Emilio Giannone, Anna Giudici, Ugo La Pietra, Angelo Lucini, Vittorio Mangili, Laura Mantovani, Franco Maraini, Carlo Mauri, Mario Perego, Antonio Pilati, Marco Pinna, Fausta Randazzo, Gianni-Emilio Simonetti, Antonio Steffenoni, Tiziana Vigo
stampatore
Grafiche Milani, Arti Grafiche La Monzese, Arti Grafiche Bellomi, Arti grafiche DP, Garzanti Editore, Litoart Seregni, Tipolitografia Mariani
note
I primi e gli ultimi numeri della rivista (1965-1968; 1990-) sono di reperibilità molto difficile e per il momento non è stato possibile utilizzarli nella schedatura.
compilatore
Carlo Vinti

Pubblicata dal Gruppo Busnelli per più di 25 anni, Caleidoscopio è stata innanzitutto una rivista culturale di notevole importanza per gli sviluppi del dibattito sull’architettura e sul design.

Dopo gli esordi più convenzionalmente aziendali e promozionali, a partire dal 1969, il periodico viene curato da Gianni Sassi e Sergio Albergoni, che gli imprimono una svolta significativa, mirando di fatto a un pubblico formato non più soltanto da rivenditori, agenti, architetti o arredatori ma anche ad un ampio ventaglio di lettori interessati al design, all’arte e alla cultura.

Nonostante i numerosi cambiamenti, Caleidoscopio ha conservato fino alla fine degli anni ’80 un’impostazione di ampio respiro e una curiosità vivace verso molti ambiti della ricerca artistico-intellettuale, che l’ha portata a svolgere un ruolo vitale per la cultura del progetto italiana.

Caleidoscopio, nella sua versione più matura, è certamente una creatura del duo Sassi/Albergoni (e della loro struttura professionale fondata nel 1965: l’agenzia Al.Sa). Negli anni tra il 1969 e il 1973, quando la rivista è diretta da Sergio Albergoni, dominano le intuizioni visive, lo spirito arguto e il gusto della provocazione comuni a molte altre iniziative lanciate da un operatore culturale poliedrico come Gianni Sassi. Ma Caleidoscopio è frutto anche di un atteggiamento di grande apertura da parte di un’industria come la Busnelli, specializzata nel settore degli arredi imbottiti e in quegli anni impegnata a costruire il suo successo commerciale e la sua identità di impresa legata al design italiano. La sfida che l’industria guidata da Franco Busnelli prova ad affrontare tra la metà e la fine degli anni ’60 è quella di interpretare i nuovi fermenti sociali e culturali del paese. In un periodo di grande trasformazione dei processi economici e produttivi, la rivista dà vita a un tentativo spregiudicato, a volte contraddittorio, ma certamente di grande vivacità intellettuale, di mettere in comunicazione il mondo dell’industria con i nuovi scenari della società di massa e dei consumi, con l’emergere delle culture giovanili e con gli ambienti della sperimentazione artistica radicale. La particolarità, forse, rispetto agli ideali di integrazione tecnico-umanistica degli anni ’50, sta nel fatto che i dibattiti culturali e i densi contributi teorici ospitati nelle pagine di Caleidoscopio si sono situati sempre «su un binario parallelo a quello della conduzione aziendale». La rivista e la dirigenza dell’azienda si sono mantenute relativamente autonome, senza mai interferire troppo tra loro né provare a integrarsi pienamente. Questa, dal punto degli stessi collaboratori che si sono succeduti in redazione, era «la condizione primaria perché i due mondi potessero svilupparsi autonomamente e liberamente, stimolandosi a vicenda, contrapponendosi, se necessario, ma senza combattersi». (Il gruppo industriale Busnelli, n. 27, luglio 1981).

Tale logica stava dietro a Caleidoscopio come alla creazione nel 1969 del Centro studi e ricerche Busnelli, con il quale la rivista ebbe costantemente momenti di sinergia e collaborazione. A cura del CS&RB sono ad esempio «una serie di saggi a proposito di quello che oggi viene definito l’ecocidio ambientale”» (n. 10, settembre 1971). Ma questa relazione di scambio tra le due iniziative culturali promosse dalla Busnelli andò avanti in molte altre occasioni, come nel caso della ricerca sul Futurismo curata da Enrico Crispolti per conto del Centro, che diede vita ad un ricco numero monografico di Caleidoscopio (n. 9 marzo 1971), con contributi, tra gli altri, di Mario Diacono, Mario Verdone e Franco Quadri: si trattò di una delle prime occasioni in cui il movimento di Marinetti veniva sdoganato, riesplorato con sguardo privo di pregiudizi ideologici e considerato nell’ottica della “ricostruzione dell’universo”.

Dalle informazioni e le testimonianze visive che si sono riuscite a reperire, sembra che i primi numeri del periodico pubblicato da Busnelli fossero più snelli e svolgessero essenzialmente una funzione promozionale. Avevano certamente un formato diverso e anche una testata  composta in modo più tradizionale. Nei primi anni, dunque, Caleidoscopio è soprattutto un house organ «ma nel giro di poco tempo ne perderà tutta la freddezza e l’asetticità sotto la spinta delle idee e dei dibattiti che si sviluppano nel mondo del disegno industriale e dell’architettura» (Il gruppo industriale Busnelli, n. 27, luglio 1981).

Col numero 6 del 1969 nasce la nuova serie caratterizzata dalla testata disposta in verticale (sul lato sinistro della copertina di ogni fascicolo, dal caratteristico formato allungato). A questo punto Caleidoscopio conosce certamente un momento di svolta importante, coincidente con l’inizio della gestione Albergoni/Sassi, che ne curavano ogni aspetto. Per alcuni anni anche la stampa fu affidata ad una tipografia (La Monzese) che faceva parte della loro agenzia (Al.Sa).

L’editoriale del n. 6 - accompagnato da una composizione fotografica in still life di «spaghetti e champagne», come per suggerire un invito a pranzo rivolto ai nuovi lettori - esordisce in questo modo: «Caleidoscopio si moltiplica. Esplode nuovo. Si rinnova perché è giusto e importante farlo. Questo era il momento. […] Era importante […] per Caleidoscopio proporsi come un mezzo senza alternative. Unico. Dire di più e dire meglio, ma soprattutto parlare in modo diverso». L’idea è quella di «considerare l’arredamento come un territorio», partire dall’abitare quindi per esplorare i nessi con «la nostra cultura e la nostra educazione» e capovolgere i luoghi comuni. Gli intenti programmatici non potrebbero essere più chiari: «Essere un house organ oggi può non significare essere un catalogo di quell’azienda. Essere un mezzo stampato che parla di……. a ……….. può non significare parlare di …. in quel modo e solamente a…….». Allargare gli orizzonti della rivista, dunque, e di conseguenza anche il pubblico di riferimento.

La «moltiplicazione» è un concetto già insito nel nome della testata, ma solo a questo punto viene reso evidente anche nell’impostazione della rivista. Lo si dice in modo esplicito nell’editoriale del numero successivo, che traccia già un bilancio dei risultati ottenuti, con il linguaggio tipicamente informale, prediletto da Albergoni e Sassi: «Caleidoscopio è andato in giro a farsi toccare. Lo hanno misurato, pesato, girato. Caleidoscopio funziona. Rappresentare il punto di riferimento in una certa situazione, essere la cosa più parlata in un certo ambiente significa, in fondo, ritrovarsi in una funzione che non dovrebbe appartenere a pubblicazioni di questo genere. Caleidoscopio è già andato oltre le sue premesse: voleva essere qualcosa di più di un “house organ”». Subito dopo si fa riferimento alle critiche di presunzione mosse da qualcuno, ma, si conclude, «Caleidoscopio è esploso nelle mani di tutti i qualcuno, un po’ di presunzione e la giusta dose di cattiveria gli appartengono senz’altro». (n.7, gennaio 1970)

In questi anni in effetti la rivista si caratterizza per la disinvoltura con la quale accosta impegnativi saggi sulla condizione dell’architettura e della cultura progettuale, spesso intrisi del radicalismo ideologico tipico dell’epoca, e pagine pubblicitarie per i prodotti Busnelli di grande arguzia e impatto visivo. Nelle pagine di Caleidoscopio inoltre argomenti aziendali come la  Preparazione all’applicazione dell’I.V.A. (n. 10, settembre 1971), o la cronaca delle iniziative sportive promosse dalla Busnelli e delle fiere cui partecipa con i suoi prodotti convivono con articoli sui temi più vari: dal design all’urbanistica, dalla questione ambientale alla moda, dalla società dei consumi e dello spettacolo alle sperimentazioni delle neoavanguardie, argomenti sempre trattati in modo ricercato sia dal punto di vista intellettuale che visivo.

Spesso la voce dell’azienda può apparire quasi in dissonanza con i contenuti e la direzione artistica della rivista. Nel n. 10 (settembre 1971) ad esempio, un editoriale entusiasta di Franco Busnelli presenta il nuovo stabilimento industriale in costruzione a Misinto come «uno spazio grande, molto grande, organizzato e costruito senza sprechi, con una logica e una razionalità strettissime, con prospettive affascinanti, nuovissime, con tutto in regola per pianificare la più lucida avventura industriale». Il testo di Busnelli è impaginato da Sassi all’interno di una composizione fotografica con delle margherite che spuntano da un mucchio di catene: una soluzione che si può interpretare sia come amplificazione sia come contrappunto visivo ai contenuti del testo.

Ma ancora più degno di rilievo è il fatto che a queste parole di Busnelli in apertura seguano i contributi di un numero dedicato alla questione Architettura: teoria, pratica della teoria, trattata anche in tutte le sue implicazioni politiche: si parla quindi, con linguaggio tipico di quegli anni, del «progetto di superamento dell’architettura come tecnica separata […] parallelo al progetto della presa di possesso della storia come teoria e come pratica della teoria della vita quotidiana». In questo fascicolo, corredato da diagrammi e grafici molto articolati visivamente, i testi parlano poi di temi come Produzione tecnica dell’immaginario (Isabella Auricoste, pp. 14-18) o L’architettura nella favolistica dei fratelli Grimm (Gianni- Emilio Simonetti, pp. 19-23).

Da questo momento, Caleidoscopio riserva alla Busnelli soltanto alcuni spazi deputati, tra cui certamente spiccano le pagine intitolate Servizio speciale: 6-8 pagine pubblicitarie dedicate ai prodotti Busnelli risolte con la tipica ironia e il gusto dell’assurdo dalla Al.Sa e dai suoi fotografi. All’effetto spiazzante ricercato nei set fotografici allestiti sotto le direttive di Sassi si legano strettamente i testi di Albergoni, che giocano con i nomi ricercati dei prodotti (sedute e divani battezzati Non –stop, Zen, Topos, Dicla, Alicante o Doblone) e lavorano sulle atmosfere da questi evocati, non senza tralasciare di dare informazioni sulla forma, l’uso e la praticità. Tali invenzioni pubblicitarie erano create contestualmente alla redazione della rivista. Lo dimostra, ad esempio, il n.8 (settembre 1970), in cui le pagine del Servizio speciale riprendono il tema visivo della copertina e di tutto il numero: l’antiuomo.

In questi anni, del resto, sulla pubblicità e la costruzione dell’immagine Busnelli, nella rivista si trovano indicazioni programmatiche preziose. Rivolgendosi ai venditori e agli agenti nel 1969, ad esempio, si dice: «Avrete […] notato che qualcosa si è spostato: nel tono, nel modo di considerare, nel tessuto del raccontare. È il tentativo di costruire un’immagine della Busnelli Export aderente al suo modo di proporsi come prodotto. Come prodotto che entra nelle case, che interessa angoli di vita importanti di chi lo sceglie. Come prodotto che si “sporca” mediandosi con le esigenze di chi lo acquista. Come prodotto che non ama essere rappresentato bianco su bianco in un fotocolor con luci flou». L’immagine concepita da Sassi e Albergoni intendeva dunque «decollare definitivamente dal campo delle idee correnti» e «girare l’angolo del gratuito e del bello» (La nostra Pubblicità in n.6 1969).

Di notevole interesse in questo periodo anche la rubrica dedicata alla recensione di libri, riviste ed eventi culturali. Curata da due giovani autrici che si firmano con i nomi Thereza Bento e Rara Bloom, essa appare come inserto separato, collocato in coda e stampato su carta speciale, più grezza e di grammatura maggiore. Tale rubrica si distingue per la versatilità e l’inclusività delle scelte: ci sono i temi relativi al design e alla cultura del progetto, ma grande spazio è dedicato anche ai movimenti controculturali e alle sperimentazioni artistiche radicali, al fumetto underground e alle notizie varie riportate da pubblicazioni internazionali. Spesso la scrittura è oscura e i giudizi sommari e liquidatori, ma spicca certamente la presenza di pagine di questo tipo all’interno di una rivista aziendale. Anche l’impostazione grafica è di grande interesse: le illustrazioni al tratto non sembrano avere un particolare rapporto con i contenuti di ciò che viene recensito, ma appaiono quasi come registrazione diaristica di esperienze personali: biglietti di cinema, spettacoli, concerti provenienti da diverse parti del mondo, ex libris, strisce di comics, che condividono un gusto per il ripescaggio di stampati effimeri dal quotidiano e gli effetti di amplificazione dati dalla riproduzione in scale diverse dello stesso soggetto.

Con il n. 12 (settembre 1972) si interrompe il rapporto di Caleidoscopio con Sassi e Albergoni. Cambia l’art director (Marco Sbernadori sostituisce Sassi), mentre la direzione prende un assetto che manterrà fino agli anni ‘80: direttore responsabile diventa Fernanda Gaslini, già in precedenza segretaria di redazione, mentre la direzione editoriale è attribuita a Franco Busnelli.

La grafica della rivista non muta fortemente nell’impianto, ma perde sicuramente in creatività e esuberanza visiva. Le pagine pubblicitarie dedicate ai prodotti Busnelli, ad esempio, conservano poco dell’approccio di Sassi e Albergoni. I prodotti sono ambientati nella sede della fabbrica nuova di Misinto e del Centro studi e ricerche, mentre i testi hanno toni molto più informativi. Anche la rubrica delle recensioni è affidata a nuovi curatori (Fausta Randazzo, Antonio Steffenoni e Adriano Antolini) e risulta molto meno forte nei contenuti,  con commenti più equilibrati e posati, e nell’impostazione visiva.

Probabilmente da questo momento in poi la rivista perde alcuni dei suoi spunti più brillanti e provocatori, ma non rinuncia all’ambizione di essere una pubblicazione culturale, decisa a dire qualcosa sui fermenti intellettuali e la cultura del progetto contemporanea. Lo dimostra già il ricco editoriale non firmato del n. 12, che denuncia i primi sintomi del clima postmoderno nel mezzo degli strascichi di contestazione. Il tema è la difficoltà di interpretazione di un presente che si può leggere solo come «imprevisto» e, a proposito della continua trasformazione di tutto, in una modalità sempre più artificiale e «manierista», si afferma che «le idee (e le cose) chiare e distinte (ovvero regolate e naturali) sono, per fortuna, un retaggio dei tempi passati, un’era geologica finita». In questo quadro di riferimento, si conclude: «Caleidoscopio vuole essere anche una forma di intervento critico sul presente: un commento a questa incessante trasformazione. Vuole riscoprire le verdure sotto le apparenze di un volto. La realtà dietro le ideologie, vuole raccontare la realtà che si muove dietro ai mutamenti che vediamo ogni giorno. Vuol sapere cos’è progettare, cos’è inventare, cos’è produrre, com’è la nostra vita – oggi. Sono domande grosse – ma le più affascinanti. Quelle a cui vale la pena rispondere».

Prosegue dunque l’idea di una rivista che si propone come protagonista del dibattito culturale e svolge soltanto in minima parte la propria funzione di house organ. Gli articoli si soffermano ancora su Progettazione e ideologia o sulla Pianificazione del paesaggio, ospitando anche contributi come un’analisi del Western all’italiana. Non manca l’attenzione dedicata all’industrial design, articoli sulla moda o le Olimpiadi di Monaco. Compaiono poi testi sui nuovi impianti Busnelli (Idea di uno stabilimento), c’è la sezione spiccatamente promozionale, e argomenti aziendali come la Concorrenza educata, e la cronaca del trofeo Targa Busnelli, ormai tradizionale appuntamento sciistico sponsorizzato dall’azienda. Un altro elemento che diventa una consuetudine è rappresentato dagli appunti di viaggio di Carlo Mauri, esploratore di mete lontane ed esotiche (n. 12, settembre 1972).

Nel corso degli anni settanta, la rivista consolida una struttura con una larga parte dedicata ad un tema monografico. La città e in genere la dimensione urbana entrano fortemente tra gli argomenti di indagine di Caleidoscopio (in particolare, i numeri 20 e 21 del sett. 1976 e marzo 1977). Scrivono su questo note firme dell’architettura e dell’urbanistica come Roberto Samonà, ma anche sociologi e esperti di pianificazione urbana.

Il n. 23, marzo 1978, è dedicato all’utopia e alla diffusa sensazione del suo declino: un tentativo di bilancio soprattutto sulle utopie più recenti, in particolare quelle che hanno coinvolto la cultura del progetto. Scrivono testi Giorgio P. Panini, Silvio Ceccato, Vittorio Gregotti, Stefano Zecchi, Laura Conti, Sergio Chiappori e Pino Donizetti. Il n.24, sett, 1978 è incentrato invece sul tema della creatività spontanea. Nel brevissimo editoriale si chiarisce che l’intento è quello di rendere conto di un termine divenuto sempre più di uso comune, nell’ambito di professioni coma la pubbblicità, la grafica, la moda, l’architettura, il design e la musica. Ma largo spazio è dedicato nel fascicolo anche all’analisi del fenomeno dal punto di vista dell’estensione e democratizzazione di attività e ambizioni creative a livello di massa.

Nel maggio 1979 (n. 25): Il tema è L’Europa verso una nuova fase: prospettive, speranze, timori, introdotto da un articolo di Ninetta Jucker. Si tratta di varie riflessioni in occasione delle prime elezioni a suffragio diretto per il parlamento europeo. Non manca una pagina dedicata al Centro Europeo Busnelli, nuova realtà affiancata al Centro Studi e Ricerche.

Al di là delle tradizionali pagine dedicate ai nuovi prodotti Busnelli, proseguono anche le rubriche (dal 16, settembre 1974, c’è Fatti Busnelli) e gli articoli di interesse strettamente aziendale, affidati a Mario Perego e Sergio Carpinelli. Continuano inoltre gli articoli sui viaggi di Carlo Mauri e in genere sulle vacanze o la pratica di sport non comuni. Molti anche i testi che trattano di temi legati alla conoscenza e alla salvaguardia della natura: dalle medicine e i cosmetici naturali all’architettura dei giardini. La gamma degli argomenti trattati si mantiene in ogni caso molto varia, con articoli che spaziano da Il fumetto d’autore in Italia a L’altra faccia delle olimpiadi (n. 23, marzo 1978).

Nel n. 25 del 1979 compare anche un supplemento di 8 pagine con le traduzioni dei primi articoli del fascicolo in francese, inglese e tedesco. In seguito questa sezione rivolta al pubblico internazionale sarà ridotta soltanto alla lingua inglese. L’impaginazione conserva in questi anni tre colonne per facciata non giustificate. La fotografia è spesso inserita al vivo nello spazio delle due pagine affiancate, mentre i caratteri tipografici delle titolazioni cambiano spesso, una scelta che sembra voler rispecchiare graficamente la varietà dei contenuti.

Il primo numero del 1980 è concentrato sul design, ma da una prospettiva particolare: la fine del decennio ’70. Gli articoli in sommario sono di Carlo Guerzi (Progettare per la comunità), Silvia Saibene (L’arte anticipa le forme. Intervista a Flavio Caroli), Joseph Sasson (Il design nella vita quotidiana), Silvana Sinieri (Design, comunicazione e immagine di marca), Marco Albini (Arredo urbano la soluzione di oggi. L’oggetto come parte dell’ambiente città), Carlo Bassi (Arredo urbano: le soluzioni del passato. L’esempio di Ferrara), Paolo Trimigno (Design delle barche…), Anna Ravizzini (Quando il design scopre il fascino dell’oro), Adriano Antolini (Arte, design, società: complicità e divergenze) e Alberto Veca (Come si leggono gli oggetti).

Al design è dedicato anche il convegno promosso in quegli anni dal Cantro Studi e Ricerche Busnelli, annunciato nella copertina del n. 27 (Edizione speciale) del 1981. Il tema è L’oggetto abitato. L’industrial design nella prosepettiva degli anni ‘80 e i contributi, raccolti poi nel n. 29 (secondo semestre 1983) sono di Gillo Dorfles, Adalberto del Lago, Guido Cannella, Marco Bruni, Marco Zanuso, Renzo Zorzi, Rodofo Bonetto, Kozo Yamamoto, Bruno Zevi, Luigi Caramella, Pierluigi Cervellati, Gabor Acs, Giorgio Bolognesi, Gianfranco Incorpora, Giorgetto Giugiaro, Bruno Munari, Angelo Mangiarotti, Alessandro Mendini e Pierluigi Rolando.

Tale simposio seguiva di dieci anni il primo convegno sul design organizzato dal CS&RB nella primavera del 1972 e tenutosi, come quello del 1981, al Museo della Scienza e della tecnica di Milano. In quell’occasione, il tema dell’incontro era stato: «Teoria e pratica delle metodologie e delle utopie progettuali alle soglie dei ‘70 (n. 9 marzo 1971 ) e suddiviso in tre sezioni: «Utopia teoria e pratica delle metodologie progettuali dell’industrial design; L’industrial design nelle prospettive critiche della stampa specializzata come comunicazione, come fenomeno di cultura e come fatto sociale; L’industrial design come momento pedagogico» (n. 9, marzo 1971 ).

Nel 1985, Caleidoscopio celebra con un fascicolo speciale i suoi venti anni di vita (il numero è il 38, ma per un curioso sfasamento che si rileva a partire dal n. 27 del giugno 1980, la testata in copertina è «Caleidoscopio33»). In apertura un editoriale importante di Busnelli, traccia un breve bilancio storico in cui si sottolinea come la rivista sia subito maturata «da house organ a rivista degli spunti culturali vivi e svariati», rispecchiando così l’atteggiamento di un gruppo industriale che «si è voluto porre fuori dai ristretti schemi del mercato e delle rigide leggi del profitto». Grande evidenza è posta poi sulla capacità di raccogliere «firme di uomini di cultura, professionisti, progettisti, giornalisti, antropologi, sportivi, critici  d’arte, artisti con ricerche originali e spesso spettacolari» e sull’impegno serio dimostrato nell’esaminare alcuni temi di grande attualità con taglio monografico. Sono moltissime, in effetti, le firme note che hanno scritto almeno una volta per la rivista di Busnelli: oltre a quelle legate alla cultura architettonica e al design (Branzi, Dorfles, Gregotti, Samonà, e tanti altri) compaiono i nomi di Silvio Ceccato, Umberto Eco, Andrea Emiliani, Luca Goldoni, Daniela Palazzoli (amica di Sassi e Albergoni) e Sabino Acquaviva, per citarne solo alcuni.

Dopo i 20 anni della rivista, si continuano a fare bilanci e si prova a ricostruire la storia della pubblicazione e dell’azienda (del 1986 il libro: Immagine di un’azienda. Il gruppo industriale Busnelli, a cura di Ugo La Pietra, promosso anche nelle pagine dell’house organ). Lo fa, ad esempio, Patrizia Brambilla nel n. 42 del 1987 inserendo Caleidoscopio nel quadro più generale dell’evoluzione della stampa aziendale in Italia e mettendo in evidenza il contributo «al dibattito delle idee» fornito dalla rivista, nata da un progetto imprenditoriale intenzionato a farsi  «interlocutore della realtà sociale del paese».

L’ultimo numero reperibile e consultabile è il 46 del 1989 (secondo semestre), ma più fonti danno la rivista come ancora in vita nei primi anni ‘90. Sui motivi e le modalità della chiusura non esistono quindi al momento informazioni attendibili.