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Comunicare l’impresa > I Telefoni d'Italia
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8 (dal n. 1, 1925 al n. 2, 1926); poi 16 (n. 3, 1926); poi 24 (dal n. 4 al n. 6, 1926); poi 16
formato
cm. 36
illustrato
si
bn/colore
bn

I Telefoni d'Italia

titolo
sottotitolo
Bollettino ufficiale degli abbonati al telefono, poi Organo di propaganda per il progresso telefonico nazionale
azienda
Stipel
durata
agosto 1925 - gennaio 1927
periodicità
mensile
distribuzione
Gratuita per tutti gli abbonati Stipel; a pagamento per gli altri lettori
editore
Stipel
direttore
Andrea Viglongo
contributi
Enrico Gianeri, Arnaldo Cipolla, Alfredo Polledro, Jona Elio, Ercole Moggi, Curio Mortari
illustratori
Enrico Gianeri, Carlo Emilio Nicco, Mario Gaspare Bazzi, Beppe Porcheddu, Ercole Dogliani, Teonesto Deabate
note
Vedi anche “Fondo Andrea Viglongo” in Archivio storico Telecom Italia, Torino.
compilatore
Walter Tucci - Cliomedia Officina

Senza dubbio «I Telefoni d'Italia» costituiscono per l’Italia un esempio pionieristico nel settore delle pubbliche relazioni, secondo quanto riportato su «Sincronizzando…», l’house organ del Gruppo elettrico Sip, che così presenta ai suoi lettori la rivista consorella: «È questa certo la prima volta, nella storia dell'industria italiana, in cui la società si rivolge agli utenti suoi, offrendo loro con un foglio distribuito gratuitamente il mezzo di mantenersi in contatto con essa; li invita a denunziare le imperfezioni, a collaborare perché il servizio possa raggiungere una sconosciuta perfezione, li tiene al corrente dell'opera compiuta e da compiere». Lo scopo principale è quello di «stabilire saldi rapporti di cordialità fra abbonati e la Società » («Sincronizzando…», n. 9, 1925, p. 391).

Molti e diversi gli obiettivi che si pone la nuova rivista. Prima di tutto la rivendicazione della piena legittimità per un’azienda privata di poter gestire un servizio pubblico, oltre che la promessa di prendere quell’impegno molto sul serio. Servire è il titolo del primo editoriale dell’agosto 1925:

 

Il primo numero della rivista «I Telefoni d'Italia», pubblicata da Stipel (Società telefonica interregionale piemontese e lombarda), esce nell’agosto del 1925, appena un mese dopo l’entrata in vigore della riforma del sistema telefonico che affida a cinque concessionarie private, e a una statale, l’esercizio dell’intero servizio nazionale. Fra le cinque concessionarie, la Stipel, attiva in Piemonte e in Lombardia, è in quel momento l’impresa più significativa operando nelle regioni italiane con il maggior numero di impianti e di utenti. A dirigere la Stipel è l’ingegnere Gian Giacomo Ponti, amministratore delegato della Sip idroelettrica, ovvero il gruppo industriale che nell’arco di due anni riesce ad acquisire il controllo delle tre concessionarie del Nord: oltre la Stipel, la Telve e la Timo.

È proprio Gian Giacomo Ponti, la cui formazione in gioventù avviene negli Stati Uniti presso alcuni colossi privati, come la General Electric, a chiamare alla direzione de «I Telefoni d’Italia» il giovane giornalista torinese Andrea Viglongo, noto per la sua amicizia con Antonio Gramsci e già redattore del giornale comunista «Ordine Nuovo». A Viglongo, insieme alla direzione della nuova rivista, Ponti affida anche la responsabilità dell’Ufficio Stampa e poi del pioneristico Ufficio Utenza-Propaganda-Sviluppo della Stipel. La conoscenza tra i due risale già al 1919 quando Viglongo è impiegato presso il reparto acquisti della società Elettricità Alta Italia di Torino, società di cui Ponti è in quel momento amministratore delegato.

Per quanta distanza possa esserci per formazione professionale e orientamento politico fra l’industriale Ponti e il militante Viglongo, ciò che li accomuna è probabilmente l’attenzione che entrambi nutrono, pur partendo da interessi diversi, per gli Stati Uniti e per i processi di modernizzazione in atto in quel paese; un interesse che riguarda in modo più specifico il mondo delle imprese che operano nel settore dei servizi pubblici, le quali proprio in quegli anni sono impegnate nel dar vita alle “pubbliche relazioni”,  nuove forme di comunicazione diretta delle aziende verso i propri clienti.

Senza dubbio «I Telefoni d'Italia» costituiscono per l’Italia un esempio pionieristico nel settore delle pubbliche relazioni, secondo quanto riportato su «Sincronizzando…», l’house organ del Gruppo elettrico Sip, che così presenta ai suoi lettori la rivista consorella: «È questa certo la prima volta, nella storia dell'industria italiana, in cui la società si rivolge agli utenti suoi, offrendo loro con un foglio distribuito gratuitamente il mezzo di mantenersi in contatto con essa; li invita a denunziare le imperfezioni, a collaborare perché il servizio possa raggiungere una sconosciuta perfezione, li tiene al corrente dell'opera compiuta e da compiere». Lo scopo principale è quello di «stabilire saldi rapporti di cordialità fra abbonati e la Società » («Sincronizzando…», n. 9, 1925, p. 391).

Molti e diversi gli obiettivi che si pone la nuova rivista. Prima di tutto la rivendicazione della piena legittimità per un’azienda privata di poter gestire un servizio pubblico, oltre che la promessa di prendere quell’impegno molto sul serio. Servire è il titolo del primo editoriale dell’agosto 1925: «Noi ci proponiamo di servire il pubblico, di diffondere nei molteplici usi il telefono, di penetrare col nuovo strumento civile nelle zone più povere e più lontane, di migliorare gli impianti esistenti e di crearne di nuovi. La nostra rivista ha per programma di illustrare i mezzi con cui la Stipel e le altre quattro aziende concessionarie intendono raggiungere gli scopi sopra indicati. Sappiamo che purtroppo esistono apprensioni e dei timori. Purtroppo, per vasti strati dell’opinione pubblica, parlare di iniziativa privata significa alludere all’irrefrenabile e minacciosa speculazione, significa quasi voler dimenticare gli interessi generali per favorire l’ingorda ambizione di pochi capitalisti». A tale legittimazione intende concorrere anche il neonato giornale aziendale stabilendo «una forma permanente e periodica di comunicazione tra le decine di migliaia d’abbonati e noi» (Ai lettori. Un programma di lavoro per il “Telefoni d’Italia”, n. 1, p. 4).

Costruire un dialogo costante con gli utenti è dunque uno degli obiettivi prioritari e la redazione arriva anche ad auspicare feedback non occasionali da parte dei lettori: «la collaborazione dei nostri lettori: più che attenerci a linee prestabilite desidereremmo sapere dagli utenti stessi ciò che li interessa, ciò che vorrebbero avere da noi»  («Sincronizzando…», n. 9, 1925, p. 391).

Tra le altre finalità dichiarate c’è quella di diffondere fra gli utenti del servizio il “senso” dell’importanza del telefono e una cultura adeguata al nuovo mezzo: «Come è, ed è stato finora, deficiente il servizio così è mancato nel pubblico quel particolare “senso” telefonico, che è la migliore integrazione di un buon servizio. È questo “senso” che vogliamo creare» (n. 1, p. 4).

L’impegno in questa direzione si concretizza con la pubblicazione di notizie che attengono allo sviluppo del servizio, alle problematiche che hanno suscitato maggiore dibattito anche in sede politica, alla creazione di interesse per le innovazioni tecnologiche, a una pedagogia che insiste sul corretto uso del mezzo.

Rispetto allo sviluppo del servizio, in particolare nei primi numeri viene dedicato molto spazio sia alla situazione ereditata da Stipel dalle gestioni precedenti sia agli obiettivi e ai programmi della nuova concessionaria.

Per quanto riguarda il passato, si vedano in particolare gli articoli pubblicati sui primi tre numeri del 1925 nella rubrica “I precedenti storici”, in cui si propone ai lettori la sintesi di tre studi svolti da parlamentari tra il 1890 e il 1910: Le ragioni contrarie all’esercizio di Stato illustrate dall’on. De Viti De Marco; Le cattive prove delle concessioni multiple in uno studio dell’on. Luigi Rava; I caratteri del servizio telefonico e le deficenze dell’esercizio statale [con. P. Bignami].

Per quanto concerne gli impegni che la Stipel sta via via assumendo, i temi affrontati sono sia di carattere generale (Il problema della riorganizzazione telefonica, coraggioso programma della Stipel; I propositi del governo per la riforma dei servizi telefonici illustrati dal ministro Ciano; Come avvenne la cessione della rete piemontese-lombarda), sia più specificamente concentrati in aree particolari (Come si stanno riorganizzando le reti per il Biellese; Agli utenti di Milano; Agli abbonati di Brescia).

La tutela dell’immagine aziendale, contro critiche e attacchi provenienti da vari organi di stampa, viene affidata ad articoli che adottano un tono molto spesso semiserio. A titolo di esempio si veda  Il piacere di… suonare il campanello (n. 4, p. 2) in cui si dà risposta alle lamentele di un utente di Perugia che, a proposito della recente introduzione dei nuovi apparecchi telefonici “semi-automatici”, aveva evidenziato le difficoltà incontrate da molti utenti nell’abbandonare i vecchi apparecchi manuali.

Questo articolo può anche essere considerato un esempio di quell’opera di “educazione” del pubblico a un corretto uso del telefono, vantata dalla testata. Educare il pubblico significa invitare a un uso oculato del mezzo e per fini non frivoli. “Quelli che intralciano realmente il servizio - si legge sul numero 2 del 1925 in L’arte del telefonare - sono coloro i quali non ricorrono al telefono per risparmiare del tempo ma per fare delle lunghe chiacchierate inutili: essi danneggiano quegli utenti che hanno bisogno di telefonare per le necessità urgenti delle loro professioni e dei loro affari”. Nel n. 4 del 1926 la pedagogia sull’uso del telefono è più direttamente ed esplicitamente rivolta agli utenti del mondo delle imprese con un articolo intitolato Come si deve usare il telefono. Al personale delle grandi aziende.

Rispetto all’attenzione per la tecnologia, nei primi numeri si insiste di più sulla storia che sulle recenti sperimentazioni, diversamente da quanto accadrà successivamente (Il primo apparecchio di Innocenzo Manzetti, n. 1, 1925; Dal telefono di Bell al microfono di Edison, n. 3, 1925).

La maggior parte degli articoli pubblicati nei primi numeri del 1925 sono privi di firma, siglati con le iniziali dell’autore oppure firmati con pseudonimi. è possibile immaginare che in buona parte il giornale fosse scritto da Viglongo stesso. Fanno eccezione le firme di Elio e Gec, da attribuire senza esitazione a Elio Jona, poeta di origine ebraica nato a Il Cairo, e a Enrico Gianeri, scrittore e artista satirico, nato a Firenze. Entrambi torinesi d’acquisizione.

Gianeri esordisce sin dal primo numero curando la rubrica “Curiosità e informazioni”, incorniciata da una piccola testatina disegnata e firmata Gec, nella quale sono proposte ai lettori vignette e brevi testi umoristici sull’uso del telefono. Le illustrazioni, alcune firmate dallo stesso Gec, sono sovente tratte da altre famose riviste satiriche come «Il travaso delle idee. Organo ufficiale delle persone intelligenti» di Roma, «Guerin Meschino» di Milano, «Le Pêle-Mêle. Journal humoristique hebdomadaire» e «Le Rire» di Parigi. Enrico Gianeri, che resterà uno dei più stretti collaboratori della rivista, è in quegli anni il direttore del più importante periodico italiano di satira, il «Pasquino», e si affermerà in Italia come uno dei primi autori di storia del genere vignettistico-satirico con La vita è dura ma è comica, firmato Gec ed edito a Milano nel 1940.

Il tono ironico è anche la cifra della rubrica “Conversazioni”, firmata “Il Centralinista”, uno spazio che si occupa prevalentemente di confutare, ridicolizzando chi la pensa diversamente, l’immagine negativa del servizio telefonico diffusa nella società (vedi ad esempio La telefonofobia, n. 1, p. 5).

Nel numero 4 del 1925 viene inaugurata una nuova rubrica, “La novella telefonica”, dedicata alla pubblicazione di racconti brevi sia di scrittori italiani sia di autori stranieri. La prima delle novelle pubblicate è I padri di Arkadio Averchenko, fondatore della rivista umoristica russa “Satiricon”, riconosciuto in quegli anni come il più popolare e brillante degli umoristi russi, proposto nella traduzione diretta dal russo di Enrico Gianeri.

Altro elemento di novità di quel numero è la rubrica “La pagina del personale telefonico” che esordisce con due articoli: Come va intesa la collaborazione e Malattie professionali delle telefoniste. Sulle ragioni che inducono a dar spazio sulla rivista anche a temi di vita interna aziendale, occorre considerare che curare il rapporto con il pubblico significa, nell’idea della Stipel, anche illustrare e spiegare a chi non opera in azienda quale sia il lavoro e quali i problemi che concretamente si affrontano quotidianamente al suo interno. (Si ritornerà sul tema successivamente con Le difficoltà di un lavoro molto poco conosciuto e troppo diffamato n. 5, 1925 e Come lavorano i telefonisti, n. 7, 1926).

Le altre rubriche: in “Lettere del pubblico” e in “Piccola posta” sono pubblicate brevi risposte a utenti che scrivono alla redazione per segnalare problemi e/o avanzare delle proposte di miglioramento del servizio telefonico. Sono presenti sui vari numeri, inoltre, anche inserzioni pubblicitarie prevalentemente di aziende legate al settore telefonico (tra le prime, la Seat che edita gli Elenchi degli abbonati al telefono, la Pirelli e la Tedeschi, entrambe case produttrici di cavi). Ogni numero del 1925 ha un totale di 8 pagine e contiene in allegato il “Supplemento mensile al bollettino degli abbonati al telefono”, e cioè l’elenco dei nuovi abbonati Stipel con le variazioni che interessano i vecchi abbonati a causa di cambi di numero, traslochi, ecc.

Inviato gratuitamente «non solo a tutti i signori abbonati della rete lombarda-piemontese, ma anche ai moltissimi che da tempo hanno richiesto di esserlo senza che le domande sian state accolte» (n. 1, 1925, p. 3), a partire dal mese di marzo del 1926 il mensile viene anche messo in vendita. Nel febbraio di quell’anno la tiratura dichiarata risulta di oltre 60.000 copie, a fronte di circa 53.000 utenti Stipel contrattualizzati alla fine dello stesso anno.

Nel corso del 1926 il numero di pagine del periodico aumenta, prima a 16 e poi a 24, e sono inaugurate nuove rubriche.

In “La casa la famiglia” e “I ragazzi la moda” si ritrovano articoli dedicati alle nuove tendenze nel campo dell’architettura, della pittura, dell’arredamento e dell’abbigliamento: spazi destinati nelle intenzioni ad attrarre un pubblico di donne e di giovani.

Nella rubrica “Radiocuriosità e meraviglie” si dà notizia sia dei più recenti ritrovati tecnologici nel campo della comunicazione sia del dibattito in corso sul piano dell’interpretazione legislativa dei nuovi mezzi. Alcuni esempi: Il cinema parlante è dedicato ai risultati degli esperimenti di sincronizzazione tra immagini in movimento e sonoro effettuati in America dalla Western Electric e dalla Warner; L’occhio magico che vede attraverso l’Oceano si riferisce agli esperimenti di trasmissione delle immagini a lunga distanza; Il primo apparecchio trasmittente portatile è stato costruito e provato, è la descrizione di un marchingegno che sembra prefigurare quella che sarà una radio portatile e un cellulare; Il controllo dei servizi radio. Monopolio naturale? Interesse pubblico? attiene invece al dibattito su riforme e progetti nel settore radio-telefonico.

Continua la pubblicazione di racconti con una certa predilezione per gli autori russi. Del noto umorista russo M. Pervukin viene tradotta La catastrofe del lago minore; sono pubblicate anche varie novelle della scrittrice satirica russa Nadežda Aleksandrovna Lochvickaja (nata a San Pietroburgo ed emigrata a Parigi) che si firma con lo pseudonimo Teffi. In molti casi la traduzione dal russo è a opera di Alfredo Polledro, scrittore e, in passato, sindacalista rivoluzionario, il primo in Italia a tradurre direttamente dal russo Dostoevskij, Puskin e Cechov, promotore tra l’altro della casa editrice Slavia con sede a Torino.

Dal n. 3 del marzo 1926 la rivista si presenta ulteriormente arricchita nella grafica, nei contenuti e nelle collaborazioni. Delle novità grafiche viene dato conto ai lettori ne I nostri collaboratori (n. 3, p. 14), dove sono indicati i contributi specifici dell’architetto prof. Roberto Carboni di Parma, del  pittore prof. Mario Gaspare Bazzi e dell’ing. Ludovico De Amicis.

Da quel numero in avanti i disegni e le vignette umoristiche, la cui presenza aumenta considerevolmente, sono sempre firmate. I nomi che ricorrono sono quelli degli artisti Gianni Botta, Ercole Moggi (pseudonimo Emme, già vignettista per il quotidiano «La Stampa»), Giulio Boetto, Beppe Porcheddu (illustratore, ceramista e pittore), Ercole Dogliani (specializzato nella xilografia) e di Carlo Emilio Nicco (famoso cartellonista). Firmano più frequentemente le copertine Gec (Enrico Gianieri), Mario Gaspare Bazzi e Carlo Emilio Nicco, mentre le illustrazioni di chiusura sono a cura del cartellonista Carlo Bazzi, di Gohio, di Chiarel e del pittore torinese Teonesto Deabate.

Accanto alle illustrazioni arricchiscono visivamente il mensile le sempre più numerose fotografie a corredo degli articoli. 

Autorevoli e numerose sono anche le firme degli articoli: il giornalista, scrittore ed esploratore Arnaldo Cipolla, inviato estero dei giornali «Corriere della Sera», «La Stampa» e la «Gazzetta del Popolo» (è lui a inaugurare la nuova edizione della testata con l’articolo in prima pagina Telefono ed esotismo); Andrea Marchiori, segretario di direzione del «Corriere della Sera»; il giornalista e scrittore Curio Mortari, redattore de «La Stampa» e direttore della rivista «Tabarin», conosciuto anche con lo psudonimo Max Manolo; il salentino Michele Saponaro, scrittore verista autore di novelle, romanzi e collaboratore di numerose testate giornalistiche tra cui “La Stampa” e “Il Corriere della Sera” (suoi i tre reportage dall’estero dedicati alla diffusione del servizio telefonico nel Nord Europa); il milanese Ferdinando Tettoni (che in alcuni casi firma con lo pseudonimo Fouché) torinese d’adozione, scrittore teatrale e di canzoni anche per il Trio Lescano; il giornalista e scrittore Attilio Teglio de «Il Resto del Carlino»; lo scrittore Pasquale De Luca, direttore della rivista milanese «Varietas» (dove tra i collaboratori troviamo anche Enrico Gianeri); Adolfo Sarti, collaboratore de «Il Popolo d’Italia» e della «Gazzetta del Popolo».

I contributi in versi sono invece del poeta Elio Jona (Elio), già presente nel 1925, e del poeta e pittore futurista triestino Farfa, pseudonimo di Vittorio Tommasini, protetto da Tommaso Marinetti. E’ proprio quest’ultimo a presentare ai lettori della rivista il giovane artista, con una lettera autografa.

Prima di chiudere l’esperienza il mensile pubblica ancora un numero nel gennaio del 1927, del quale vale la pena menzionare la pubblicazione di un testo inedito di Edmondo De Amicis dal titolo Racconto di un fidanzato.

Non si conoscono i motivi dell’improvviso arresto dell’esperienza. Per certo, come è documentato dalla corrispondenza  che intercorre tra Viglongo e Ponti tra il 1926 e il 1927, ci fu fra i due un progressivo deterioramento dei rapporti.

La vita de «I Telefoni d’Italia» è stata, dunque, decisamente breve, dall’agosto del 1925 al gennaio del 1927. Al di là dell’ambito specifico della storia del telefono in Italia, il mensile della Stipel risulta di notevole interesse, non solo per la sua originalità e per essere stato l’esito di un pionieristico progetto di comunicazione d’impresa, ma anche per i percorsi politici e professionali del direttore e dei collaboratori, e per il coinvolgimento di tante e varie personalità del mondo della cultura e dell’industria culturale italiana (e non solo italiana) in quell’ultimo scorcio degli anni Venti, non ancora travolto dall’imminente crisi economica e già pienamente sotto il regime fascista.

Per approfondimenti si ricorda l’esistenza presso l’Archivio storico Telecom Italia del Fondo Andrea Viglongo. Si tratta dell’archivio privato del direttore della testata che documenta oltre  l’attività redazionale anche quella di propaganda svolta dall’Ufficio Stampa Stipel nella seconda metà degli anni Venti. Ricca è la presenza di materiale pubblicitario straniero delle aziende telefoniche del Nord America e del Nord Europa.