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Tecnica ed Organizzazione

titolo
Tecnica ed Organizzazione
sottotitolo
Uomini macchine metodi nella costruzione corporativa poi Rivista mensile di studi sul lavoro umano poi Rivista bimestrale di economia e tecnica dell’industria meccanica
azienda
Olivetti
durata
1937 - 1944 (prima serie); 1950 - 1958 (seconda serie)
periodicità
Bimestrale (dal 1937 al 1938), poi trimestrale (dal 1939 al 1944), poi mensile (dal 1950 al 1951), poi bimestrale (dal 1952 al 1958)
editore
Edizioni di Comunità, Ufficio Stampa Olivetti
direttore
Mario Levi, Adriano Olivetti, Aldo Levame, Edoardo Abbele, Francesco Brambilla
illustratori
Marcello Nizzoli
note
Dal 1952 al 1958 le copertine sono di Marcello Nizzoli
compilatore
Fabio Lavista

La rivista “Tecnica ed Organizzazione” rappresentò uno dei frutti più maturi, sul piano della pubblicistica, di quella cultura organizzativa che fino dagli anni trenta del Novecento caratterizzò la Olivetti di Ivrea. L’azienda eporediese, a partire dall’inizio di quel decennio fu infatti soggetta a profonde trasformazioni del suo assetto produttivo e organizzativo.

Adriano Olivetti, di ritorno da un lungo viaggio di istruzione negli Stati Uniti, assunse la direzione generale dell’impresa nel 1932 e, assieme ad alcuni stretti collaboratori, avviò l’azienda fondata dal padre Camillo Olivetti sulla strada delle moderne produzioni di massa, che lui stesso aveva potuto osservare in prima persona durante le numerose visite a stabilimenti industriali effettuate nel corso dei suoi spostamenti sul suolo americano.

La trasformazione, come era inevitabile che fosse in quegli anni, riguardò prevalentemente il settore produttivo, ma nel caso della Olivetti – a differenza di quello che accadeva in molte altre realtà soggette a simili processi di cambiamento – particolare enfasi fu posta sui correlati aspetti organizzativi della ristrutturazione tecnica. Questo per via di una spiccata capacità di comprendere l’intima essenza dei messaggi innovativi provenienti in quegli anni dagli Stati Uniti e, più in generale, per via della peculiare sensibilità ai problemi della gestione d’impresa che caratterizzò sempre l’operato di Adriano Olivetti, così come quello di alcuni suoi stretti collaboratori, primo tra tutti il compagno di studi e poi cognato, Gino Martinoli (Gino Levi). 

Il titolo stesso scelto per la nuova rivista, che di lì a poco la Olivetti cominciò a pubblicare nella convinzione che in questo campo fosse necessario fare scuola, è d’altro canto una testimonianza di questa particolare sensibilità. “Tecnica ed Organizzazione”: l’innovazione tecnologica, l’evoluzione dei processi produttivi, ma soprattutto la capacità di organizzare in modo armonico l’intero complesso aziendale.

Tutti elementi che era possibile ritrovare nell’articolo firmato da Adriano Olivetti per presentare la rivista al grande pubblico, e intitolato significativamente “Criterio scientifico e realtà industriale”. Nel quadro di quell’ideologia corporativista che, pur in un’ottica tutta particolare, lo stesso Olivetti fece sua per alcuni anni, egli affermava che il motivo profondo che stava dietro la nuova “rassegna del progresso industriale” era il fatto che la politica sociale del regime impegnasse gli industriali e il management “come fascisti e come tecnici”. Anticipando una concezione del rapporto tra società e industria che maturerà pienamente solo negli anni quaranta, nella drammatica esperienza della guerra e dell’esilio, Olivetti affermava il ruolo prioritario dei tecnici nella società e, per loro tramite, della cultura organizzativa. “La possibilità di efficiente direzione di grandi intraprese e similmente dei vasti organismi nazionali che [erano] alla base dell’economia programmatica corporativa, attraverso l’armonizzazione fra accentramento e decentramento [sarebbe infatti stata] solo possibile quando [si fosse realizzato] un precedente progressivo sviluppo dell’organizzazione scientifica in ogni minor settore dell’intrapresa: nei metodi operativi, nella produzione, nella vendita, nell’amministrazione generale negli uffici periferici e infine nella sistemazione efficiente dei rapporti fra detti elementi”.

Era l’organizzazione che avrebbe dato senso e piena efficienza ai molteplici progressi che le moderne tecniche manageriali consentivano di realizzare nell’ambito delle varie funzioni aziendali. Era per questo che si rendeva ormai necessario, per il bene delle singole imprese, così come dell’intero paese, che “gli uomini che [possedevano] i particolari valori intellettuali e di carattere indispensabili ai compiti direttivi [assimilassero] i problemi della tecnica organizzativa”.

Ecco dunque spiegate le ragioni di una rivista, il cui sottotitolo era “uomini, macchine, metodi nella costruzione corporativa”: la formazione dei quadri tecnici e quindi – nella visione olivettiana – della moderna classe dirigente. Ecco dunque trovare una giustificazione anche l’impostazione generale del periodico, uno dei primi nel suo genere: una rassegna degli sviluppi di quella che in un articolo di poco successivo lo stesso Olivetti avrebbe definito “l’industria complessa di massa”.

Tutta la prima serie bimestrale della rivista, apertasi con il primo numero nel gennaio del 1937 e terminata nelle fasi più drammatiche del secondo conflitto mondiale, nel gennaio del 1944, fu votata a questo scopo: vi si ritrovavano articoli che miravano a far conoscere innovazioni tecniche specifiche e nuovi macchinari immessi in quegli anni sui mercati internazionali, ma soprattutto si cercava di dare conto di quelli che erano i progressi che si andavano realizzando negli stabilimenti italiani sotto il profilo della organizzazione scientifica del lavoro.

Partendo dallo studio dei tempi e dei metodi, fattore centrale della nuova organizzazione del lavoro, passando per il suo diretto corollario, il calcolo dei sistemi di incentivazione, si arrivava all’organizzazione dei reparti produttivi e delle imprese nel loro complesso, senza per questo rinunciare a temi più caratteristici della cultura olivettiana: l’attenzione per l’architettura industriale e quella civile, lo sviluppo urbano e l’offerta da parte delle moderne realtà industriali di servizi sociali efficienti a beneficio dell’intera comunità.

Non era inusuale trovare tra le firme degli articoli proposti da “Tecnica ed Organizzazione” quelle dei dirigenti dei principali complessi industriali italiani e, soprattutto, quelle di coloro che costituivano l’alta direzione dell’impresa di Ivrea. Spesso si parla infatti della Olivetti, nonostante lo si faccia senza mai menzionarla direttamente: una forma di pudore che nascondeva la consapevolezza di rappresentare una delle aziende maggiormente evolute nel panorama industriale italiano, che poteva fungere da esempio per gli altri.

Che la rivista fosse una diretta emanazione del top management eporediese risultava d’altro canto abbastanza chiaro, non solo perché il periodico era pubblicato dall’azienda, ma anche perché non esisteva a quell’epoca un comitato di direzione o di redazione o una figura che ufficialmente fosse investita di responsabilità organizzative. Vi era solo un direttore responsabile (Mario Levi, per i primi due anni, sostituito poi, presumibilmente a seguito dell’approvazione delle leggi razziali, dallo stesso Adriano Olivetti e successivamente da Aldo Levame), ma la sua funzione era chiaramente quella di assolvere gli obblighi di legge: il suo nome veniva riportato nell’ultima pagina della rivista, mentre nessun riferimento a qualunque suo ruolo era fatto nel frontespizio.

Una situazione questa che perdurò fino al gennaio del 1944, quando in mezzo alle difficoltà della guerra si decise di cessare la pubblicazione della rivista. Una scelta obbligata, preannunciata dal progressivo allungarsi della sua periodicità – prima bimestrale, divenne un trimestrale nel 1939, sospese poi le pubblicazioni per un trimestre  nel 1942  e per l’intero anno 1943 – e dal crescere, in termini percentuali, del numero di articoli inerenti il solo macchinario industriale, testi che nel difficile contesto politico e socio-economico determinato dal conflitto bellico era più facile procurarsi, anche in virtù dei consolidati rapporti di consulenza che la rivista aveva stabilito negli anni precedenti: con le newyorkesi “Machinery”, “Factory” e “Mechanical Engineering, con la francese “La Machine Moderne”, edita a Parigi, e la tedesca “Werkstatt und Betrieb”.

La pubblicazione della rivista riprese solo dopo la fine della seconda guerra mondiale e l’avvio del processo di ricostruzione economica del paese, nel giugno del 1950. Ancora una volta la tecnologia e l’organizzazione erano al centro degli interessi della redazione, in quanto elementi che – come si poteva leggere nell’editoriale che annunciava la ripresa delle attività – costituivano “la trama entro la quale ineluttabilmente si [dovevano] svolgere le vicende del genere umano”. Ma l’accento era leggermente differente rispetto al passato: in virtù dell’evoluzione che aveva caratterizzato negli anni del conflitto mondiale le scienze organizzative, grazie al “notevole contributo [che era derivato loro] dalla psicologia e dalla psicotecnica”, la rivista decideva di spostare il proprio focus “dal campo specificatamente tecnico, per orientarsi verso l’esame e la trattazione di tutti quei problemi organizzativi che [traevano] la loro ragione di essere dalla considerazione dello studio del lavoro umano”. Non più dunque una “rassegna del progresso industriale”, bensì un periodico “di studi sul lavoro umano, che non avrebbe quindi potuto ignorare il nuovo apporto derivante dalla scuola delle human relations, che proprio in quegli anni, sulla spinta dal Piano Marshall e della filosofia produttivistica che questo portava con sé, diveniva familiare anche nel nostro paese.

Fu così che la seconda serie della rivista si caratterizzò fin da subito per una maggiore attenzione a quello che veniva allora chiamato il “fattore umano”, pur rimanendo sostanzialmente inalterati alcuni suoi caratteri di fondo: l’interesse per l’innovazione industriale, e quindi la presentazione al pubblico di nuovi ritrovati tecnologici, nuove macchine utensili o nuovi processi produttivi, e la focalizzazione sui problemi organizzativi, intesi in senso lato, nel senso della organizzazione dell’impresa nel suo complesso, o in senso più ristretto, come i problemi legati all’organizzazione del processo produttivo entro lo stabilimento industriale.

Per favorire la corretta copertura dei nuovi temi che la rivista si impegnava a trattare fu per la prima volta organizzato un comitato di redazione, che faceva capo a un redattore responsabile nella figura di Edoardo Abbele. Di lì a due anni la struttura della rivista fu ulteriormente modificata: con la nomina di un direttore responsabile, Francesco Brambilla; la creazione di un comitato direttivo, composto da Pietro Gennaro, Silvio Golzio, Giuseppe Lauro, Gino Martinoli, Alberto Marzi, Adriano Olivetti e Agostino Sanvenero; e, soprattutto, la sostituzione del comitato di redazione con quattro figure funzionali, i responsabili di sezione.

Il direttore responsabile fu incaricato di seguire la sezione Economia e sociologia industriale, a Luigi Gandi fu chiesto di occuparsi della sezione Organizzazione produttiva, a Pietro Gennaro e ad Angelo Pagani furono infine rispettivamente assegnate le sezioni Organizzazione amministrativa e Relazioni umane nell’industria. Questi dunque i nuovi temi oggetto della rivista, che si sarebbero andati ad  affiancare a quello più tradizionale delle tecnologie produttive, nella convinzione – ancora una volta – tecnica e organizzazione considerate separatamente non fossero altro che “valori puramente teorici”. Se però – si poteva leggere in quello che all’inizio del 1952 fu chiamato il “programma della rivista” – si fosse compreso che l’organizzazione era sempre e comunque subordinata ai mezzi tecnici disponibili e che il “fattore umano”, sintesi “dell’organizzazione materiale dei metodi tecnici in forma unitaria”, aderiva a “un determinato tipo di economia e a una determinata condizione politica”, il binomio diveniva lo strumento più idoneo per migliorare “l’efficienza industriale nel senso più generale della parola; le condizioni in cui si [svolgeva] il lavoro entro le fabbriche; le condizioni di vita e la libertà degli individui in quanto cittadini”.

In linea con altre coeve esperienze olivettiane, come ad esempio la costituzione della prima business school italiana, l’Ipsoa di Torino, quello che la rivista proponeva era un percorso di formazione a tutto campo della classe dirigente del paese. Per questo, a fianco delle tematiche prima menzionate, comparivano – come in passato, ma in forma più copiosa che in passato – articoli volti a focalizzare l’attenzione dei lettori sul contesto entro cui l’attività industriale si dispiegava. Si parlava quindi spesso di sociologia, di urbanistica, di economia industriale, affrontando tematiche che andavano ben al di là della pratica manageriale intesa in senso stretto.

Proprio questa sorta di despecializzazione, per quanto in linea con il modello di general management che dall’università di Harvard si era diffuso in Europa e che veniva propugnato anche nelle scuole di management italiane, fu probabilmente alla base della crisi della rivista, che si consumò nel corso del 1958, quando quest’ultima cessò per la seconda – e questa volta definitiva – volta le pubblicazioni. Nel corso di quel decennio si erano infatti andati affermando numerosi periodici di settore che trattavano in maniera approfondita sia le problematiche tecniche, sia quelle organizzative, sia gli aspetti umani e sociali dell’attività industriale. Diventava dunque difficile per una rivista che non si poneva sul mercato né come magazine culturale generalista, né come una rivista specializzata, reggere una concorrenza che si faceva ogni giorno più agguerrita.